I ragazzi della piazza – Piana

I ragazzi della piazza – Piana

Vogliamo pubblicare qualche pagina di un libro di Maribella Piana. Un libro che ha riscosso un meritato successo per la chiarezza del suo impianto narrativo alla quale corrisponde, tuttavia, un’intensità di emozioni e profondità di riflessioni. Maribella Piana è nata a Catania e vive fra mare e montagna di Sicilia. Insegnante di lettere classiche per trent‘anni, ha sempre coltivato l’amore per la scrittura. Attrice di teatro e televisione, ha pubblicato una raccolta di poesie “ DENTRO “. Riempiono la sua vita tre figli e quattro nipoti.                                                                                             Anche lei ha partecipato alla nostra settimana di Libriamoci, confrontandosi con gli alunni della quinta classe. Gliene siamo grati.                                                                             Eccone la trama: Anni Sessanta. Un paesino sulla costa siciliana. Un gruppo di ragazzi, figli di pescatori e figli di villeggianti. Tradizioni di un passato povero ma decoroso si scontrano con una modernità affrettata e inconsapevole. Una ragazzina scopre insieme ai suoi coetanei il sesso, la politica, insomma la vita. Confusa fra senso del dovere e aspirazioni nuove cerca la guida di un Virgilio dantesco, ma alla fine, sgranando i ricordi della sua vita come un rosario di giorni, capirà che ci si salva sempre da soli.  
Suo padre non era andato a scuola se si eccettuano quei due anni in cui era riuscito ad imparare, come si diceva allora, a leggere, a scrivere e a far di conto. In fondo non aveva tutta questa voglia di studiare, anche se le bacchettate della maestra non erano niente in confronto alle cinghiate del rais, il padrone della spadara a cui il padre lo aveva affidato come apprendista. E lui si alzava all’alba, anzi ancora prima, quando l’ultimo buio prendeva in giro il sonno dei piccoli mozzi che si illudevano di poter dormir ancora un po’. Si partiva a quell’ora perché alla luce limpida del primo mattino dall’altissimo albero di vedetta della barca si potevano scorgere meglio le sagome scintillanti dei pescespada, che sarebbero stai venduti a caro prezzo nel mercato di città. Il lavoro dei piccoli schiavi, addetti ai compiti più faticosi, era durissimo, tirare su dall’acqua le funi dell’ancora incrostate di sale e di alghe o trascinare le reti e dipanarle con le dita ferite dalla squame dei pesci e bruciate dal sale del mare. La guerra era finita da poco, ma nel paesino che si sporgeva pericolosamente dalle sciare dell’Etna su quel mare fondo e scuro nessuno se ne era accorto. La fame c’era prima della guerra, c’era durante e c’era dopo. Avevano sentito qualche volta passare degli aeroplani dietro le nuvole che si addensavano sopra “ a muntagna” ma il loro rombo era talmente simile a quello del tuono nei temporali estivi che gli uomini a mare si limitavano a segnarsi e le donne chiamavano i bambini e chiudevano le finestre di legno. ” O vai a lavorare o non mangi! Lo vedi che per tirare avanti la famiglia non ci basta niente?” La voce di suo padre, nonostante le parole dure, assumeva uno strano tono indeciso di soggezione, tutto diverso da quello abituale con cui lo comandava ai remi quando l’ancora si incarammava, e sapeva di potergli insegnare quello che era utile. Ora si trovava spiazzato, di fronte ad un futuro del figlio che non avrebbe avuto bisogno del suo passato e avrebbe parlato una lingua troppo difficile. Confusamente sentiva che Angelo non mirava alla ricchezza, questo forse lo avrebbe potuto capire, ma a qualcosa di estraneo, di inafferrabile. Non era uno stupido e vedeva come il paesino di pescatori fosse cambiato e come suo figlio si fosse inserito in un ambiente che per lui e per suo padre era sempre stato quello dei strànii, degli estranei che facevano altri mestieri, vestivano e parlavano in altro modo.   Qualche anno prima c’era stato il concertone di Woodstock, e come spesso accadeva, le influenze degli avvenimenti d’oltreoceano si sentivano da noi parecchio in ritardo. Guardavamo affascinati ma anche un po’ scandalizzati quei ragazzi che si spogliavano senza pudori, che ballavano e cantavano tutti insieme. Bande di bambini andavano in giro da un gruppo all’altro, mangiando dove capitava sorridendo a tutti gli sconosciuti. Le polverine candide che venivano offerte con un sorriso si depositavano con uno allegro sbaffo sul naso o venivano leccate sulla punta delle dita come un pezzo di zucchero filato. Evidentemente avevano il potere magico di portare la felicità dovunque si posassero. Mi ricordavano la polverina colorata che mi rimaneva sulle dita quando catturavo una farfalla tenendola per le ali. Era entusiasmante soprattutto il numero enorme di giovani che si erano riuniti lì, dando l’impressione che fossero solo loro a popolare il mondo, che non ci fosse spazio per gli adulti che fino ad allora lo avevano governato. Insieme agli adulti erano sparite le loro categorie, la proprietà era diventata bene comune, lo spazio non era più delimitato, il tempo si misurava solo con i desideri. Quelle immagini di accoppiamenti liberi e giocosi, senza responsabilità e senza sovrastrutture, quasi che l’amore fosse soltanto un gioco da fare con la prima persona sorridente che ti capitasse a tiro ci fecero discutere a lungo. Spesso con Mario e Silvana, i nostri più cari amici, con i quali avevamo condiviso le prime uscite in quattro, e che si erano sposati subito dopo di noi, cercavamo di capire quello che stava succedendo intorno a noi. Non approvavamo certo l’idea che del matrimonio avevano i nostri genitori, per i quali la separazione era una disgrazia irreparabile, da evitare con ogni mezzo e a costo di qualsiasi sofferenza. Ma non eravamo nemmeno pronti ad accettare l’idea dell’amore libero e comune, legati ancora al romanticismo del cuore trafitto intagliato sull’albero del primo bacio. Indubbiamente un cambiamento si stava verificando nei rapporti di coppia, ma noi eravamo troppo immersi nella corrente per poter capire dove stavamo andando. La battaglia per il divorzio, nel referendum forse più sentito dell’Italia di quegli anni, ci coinvolse più intimamente di una semplice lotta politica. Significava la vittoria dell’amore come scelta di ogni giorno, dell’accettazione quotidiana del rapporto di coppia, svincolato da leggi scritte. Al contrario dell’interpretazione conservatrice che profetizzava la fine della famiglia, per noi la possibilità di scegliere sanciva il potere dell’amore su quello del dovere, e l’amore avrebbe reso il mondo più vero e più forte. Solo questa convinzione diede a molti di noi il coraggio di opporci a tutta una educazione familiare e religiosa che combatteva il divorzio come il demonio in persona e piangeva mogli abbandonate e figli senza guida. Mio padre e mia madre, che pure si volevano bene, vedevano nel matrimonio la difesa contro il disordine e l’arbitrio,la sicurezza per l’uomo della propria discendenza, per la donna la garanzia di una protezione. Ma noi non sapevamo cosa farcene di queste certezze. Innamorati dell’amore vedevamo in questo l’unica ragione del matrimonio e l’unica possibilità di essere felici. Il quadro infernale temuto dai nostri genitori non si realizzò e tutto sembrava continuare come prima. Ma molto invece stava cambiando.    

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