Paolo Vasta ad Acireale

Paolo Vasta ad Acireale

Intendiamo offrire un serie di immagini con gli opportuni commenti, relative all’arte figurativa di Acireale. All’arte sacra delle nostre chiese. Ciò  risponde a due obiettivi. Il primo è quello di dare concretezza al così detto radicamento della scuola nel suo territorio. Ogni scuola, è vero, mette le sue radici nel territorio della città nella quale essa agisce ed opera. Cosa intendiamo per territorio? Innanzitutto la realtà sociale. Ad ogni scuola spetta in primo luogo l’obbligo di interpretare le caratteristiche sociali del “suo” territorio per calibrare su di esse la portata del proprio disegno formativo e didattico. Compito assai difficile: anzi arduo. Perché in caso contrario l’impalcatura dell’offerta formativa smarrisce la coordinate essenziali della concretezza e della immediatezza. Ma noi vogliamo riferirci in particolar modo alla realtà culturale, con cui la scuola deve necessariamente interagire. I nostri alunni, gli alunni del San Michele, saranno guidati a vedere con i propri occhi, a leggere ed interpretare le opere dell’arte locale e segnatamente quelle dell’arte sacra. Le chiese sono tutte un museo. Il grande museo di una città. Nel quale si è accumulata nel corso dei secoli, fino a sedimentare, la creatività artistica della nostra gente ed il suo modo di intendere la fede. L’arte sacra è un insieme di fede e di antropologia. A saperla interpretare vi si può leggere tutto ciò che ha animato la vita dei nostri padri. I dolori e le attese, le paure (quelle della morte e della malattia), il senso della rassegnazione, della speranza e dell’amore. L’immagine qui riportata  un dettaglio di un affresco di Paolo Vasta (1697/1760), il maggiore pittore acese. L’affresco si trova nella basilica di San Sebastiano, e rappresenta il dolore di due donne (donne del popolo), affrante dinanzi allo spettacolo del martirio del Santo. Paolo Vasta, pittore manierista, che si è formato prevalentemente a Roma alla scuola del Maratta (che egli non conobbe ma del quale subì indubbiamente l’influsso), dà il meglio della sua arte proprio nell’affresco. In questo particolare al nostro pittore piace indugiare, fermarsi (una piccola ecfrasis, una digressione, la chiameremmo in letteratura) nel rappresentare il dolore di queste donne del popolo. E’ come se il pittore volesse distrarre se stesso, e i fruitori della sua opera, dalla descrizione della passione dolorosa del Santo per descrivere i riflessi di questo dolore sul volto di due modeste donne del popolo. Un gioco sapiente e lieve di rimandi analogici; di confronti in una scala sapientemente modulata di espressività e di interiorizzazioni. L’arte barocca è ormai lontana. Il dolore è contenuto, quasi trattenuto. Resta imploso nel profondo del cuore. Eppure è evidente. Eppure quello che ci viene rappresentato è un dolore vero, spontaneo, sincero. La sua nota più bella è, appunto, la delicatezza delle forme e la levità dell’espressione. (A.S.)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *