Una Scuola Serena

La nostra scuola vuole essere una scuola “serena”.

La scuola, ogni scuola, è il territorio dei conflitti. Non è possibile eliminare il conflitto dalla scuola. Tolto di mezzo il conflitto, avrete destituito la scuola della sua essenza e di ogni, pure attesa, efficacia. Il conflitto inteso come confronto.

Il primo di questi conflitti è, inevitabilmente, il confronto tra due generazione. Tra le generazioni di coloro che vivono e cooperano all’interno dell’edificio scolastico, all’interno di ogni aula. Da una parte i docenti e dall’altra gli studenti. Ognuno di costoro porterà con sé il senso della propria cultura, cioè dell’essere hic et nunc. Il nunc dei docenti non è mai quello dei ragazzi. E da qui che nasce il conflitto. Perché il tempo dei docenti è rivolto generalmente verso la contemplazione del passato (un passato che torna, che si fa presente perché si avvera nella contemporaneità —si potrebbe obiettare—: ma pur sempre passato); mentre il tempo dei giovani è inesorabilmente e, direi, fascinosamente rivolto verso il futuro (un futuro che non esiste, ma che è sentito come vero ed attuale). Questo è il territorio del conflitto, destinato ad assumere altri, e più veementi, connotati, altre forme, altre patologie. Il vero conflitto, quello produttivo, appartiene alla fisiologia della scuola: non alla patologia. È questo il cuore del problema. Evitare gli elementi patologici, e mantenere quelli veri, che attengono alla fisiologica natura di ogni scuola. Utilizzando una formula biblica si potrebbe dire che la scuola, nella sua dinamica esistenziale, vive —deve vivere— tra il “già” e il “non ancora”. In questo saper soppesare l’equilibrio tra i due tempi si fonda la forza educativa del docente, senza fughe in avanti e senza nostalgiche rievocazioni del passato.

A fare le spese dei conflitti patologici (talora ricercati dagli stessi docenti per una altrimenti impossibile affermazione della loro identità) sono gli studenti. Quelli, si badi bene, più fragili, e per questo motivo più vulnerabili. Che in nessun caso possono essere catalogati, come spesso purtroppo avviene, nella categoria dei meno dotati.

Il San Michele vuole essere una scuola s e r e n a, perché senza eliminare i conflitti (poiché in questo caso perderebbe il suo profilo educante), riesce a governarli, a gestirli, a piegarli s e r e n a m e n t e verso la convergenza. Trasferendoli dal piano della patologia, che è un piano effimero e contingente, a quello della fisiologia che è connaturato all’arte dell’insegnare. All’arte della maieutica.

A monte c’è un lavoro quotidiano e capillare; poco eclatante e modesto: a tal punto modesto da non apparire, quasi. È il lavoro del coordinamento didattico, del mettere insieme tutto ciò che può, e che deve, convergere verso l’unitarietà. Cos’è l’unitarietà in una scuola? È la sua progettualità! E cos’è la sua progettualità? Semplicissimo: la dimensione umana dell’alunno. I veri progetti di una scuola sono quelli che si costruiscono non già sulla caleidoscopica (a volte) capacità euristica del docente, incline a fare più spesso ciò che gli piace e meno spesso ciò che piace al discente. Ma piuttosto quelli che fanno perno sulla centralità dell’alunno. Soprattutto nei primi anni della sua presenza nell’Istituto. Credo che oggi le scuole possono essere classificate con due opposte definizioni. Scuole centrifughe e scuole centripete. Le prime da evitare. Le seconde da elogiare. Certe scuole si caratterizzano perché hanno preso l’abitudine di fuggire” dal loro centro. Altee invece si tengono attaccate al centro, che è il motore della scuola. È inutile dire che il cento è l’alunno. Le scuole centrifughe sono scuole, multiformi, quotidianamente mutevoli, assiduamente prese dall’ansia della novità, della straordinarietà.

In queste scuole manca la serenità. A svantaggio dello studente.

L’Istituto San Michele di Acireale si come primo obiettivo quello di dare serenità ai ragazzi, senza tuttavia abbassare i livelli dell’apprendimento. Senza fare come lo struzzo che si mette la testa sotto la sabbia quando vede il pericolo.

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